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Dare un senso al lutto: perché il lutto non diventi una perdita del senso



 

Cos’è il lutto?

Talvolta si parla di lutto in termini generali, con riferimento ad ogni situazione di perdita significativa, ad esempio sul piano della progettualità personale (dover rinunciare ad un obiettivo importante; la perdita della propria progettualità economica e lavorativa; la perdita di una prospettiva progettuale di fronte ad una disabilità acquisita o ad un problema medico importante) o di quella relazionale, come la fine di una relazione, ad esempio.

 

Più specificamente il lutto però, può essere definito come una complessa reazione psicologica, connotata da un punto di vista emotivo (cosa provo), cognitivo (cosa penso), comportamentale/relazionale (cosa faccio) ad una particolare situazione di perdita, cioè quella connessa con l’irreversibilità della perdita di una persona amata. È un processo di rivisitazione interno, dove l’elaborazione assume inevitabilmente dimensioni di dolore e sofferenza, nella misura in cui apre squarci sul proprio mondo rappresentato. La morte infatti è forse l’esperienza più carica di sofferenza latente personale, per il massimo grado nella capacità di collassare ogni capacità previsionale. In più la morte di una persona amata, ci pone inevitabilmente nella condizione di confrontarci con il senso di ineluttabilità di tale esperienza, non solo sugli altri, ma anche su di sé. La persona perde, anche solo temporaneamente, quella sana porzione di “onnipotenza” che le permette di essere generativa, per lasciare spazio a quesiti ineludibili, ma sui quali spesso la razionalità non riesce a tenere il passo, perché nessuna razionalizzazione è in grado di contenere la perdita di senso nel lutto. È in quest’ottica che si relativizza la prospettiva del mondo e di sé stessi, in una dimensione di perdita di senso, anche solo temporanea.

 
 

Lo spezzone del film rende bene l’idea dell’incontenibilità del dolore nel lutto che estende la sua ombra di sofferenza anche sull’oggettualità più insignificante: “guarda questa tazzina, che bella! È sbeccata questa tazzina! ……… Questo vaso è incrinato! ….. tutto sbeccato, tutto rovinato, tutto rigato, tutto rotto in questa casa!”. Con la perdita, tutto è fuori posto.

Dal lutto si esce inevitabilmente diversi, ogni cosa deve ritrovare una sua dimensione e prospettiva.

 

Quali fasi caratterizzano il lutto?

Sono stati teorizzati differenti modelli per spiegare i vari processi mentali e le differenti fasi che si susseguono durante il lutto.

Ad esempio Bowlby J. (2000), ma anche Kubler-Ross E. (1969) hanno ipotizzato alcune fasi del lutto:

 


 


Fase del torpore, della negazione, della protesta e del rifiuto: è la fase che segue immediatamente la morte della persona cara. Ai sentimenti di forte disperazione, di angoscia, ansia, s’intrecciano emozioni di incredulità, di irrealtà, di negazione dell’accaduto, quasi come se il confronto con il dato di realtà fosse emotivamente insopportabile al punto da dover porre la mente nella condizione di negare o quanto meno distanziare, perché la sofferenza è eccessiva. Ciò accade a maggior ragione nelle condizioni di morte inattese ed inaspettate.

Fase dello struggimento e della rabbia: in questa fase, anche con il passare dei giorni successivi alla morte, il dolore diventa più intenso e disorientante, in relazione anche con la conclusione presumibilmente della ritualità accompagnatoria alla morte (ad es. il rito funebre) e l’inevitabile ritorno alla realtà di tutti i giorni. Il confronto con una realtà che evidentemente s’impone prepotente come diversa, dolorosamente diversa da prima, anche negli oggetti che appartengono alla persona scomparsa, crea uno stato di sconforto e di rabbia. Rabbia verso il destino, le circostanze esterne, piuttosto che verso chi ci ha lasciato o verso sé stessi per non essere stati capaci o presenti nel momento dell’accaduto.

Fase della disperazione e depressione: è la fase in cui tutto perde di senso, dove ogni cosa, ogni oggettualità è fuori posto, dove ogni gesto e ritorno alla quotidianità è difficoltoso. La “memoria” della persona scomparsa la fa da padrona riempiendo emotivamente di tristezza e lacrime strozzate l’accaduto. È la fase importante del ritiro in sé stessi che inizia nel momento in cui la persona accetta di lasciarsi pervadere dal dolore.

Fase della accettazione e riorganizzazione: è la fase in cui la persona ricomincia a dare un senso alla propria vita, non solo dovendo tornare ad investire sulla gestualità quotidiana (ad es. lavorativa), ma soprattutto riuscendo a dare un posto ed una collocazione alla persona scomparsa (interiorizzazione) dentro di sé. È in questo momento che sorge la nostalgia, un’emozione fondamentale, in quanto dimostra che il processo riparativo è in atto o in evoluzione. La persona morta ora non suscita più un impatto emotivo dirompente, ma emozioni di tristezza, di dolore, nello spazio mentale che ora gli può essere concesso, per pensarla nei termini di ciò che è stata ed ha rappresentato personalmente, ciò che avrebbe potuto essere e ciò che sarà. La persona morta diventa parte del proprio mondo interno ed ora si è pronti a lasciarla andare o stare all’interno di uno spazio confinato di ricordo nostalgico.


Il limite di questo modello è rappresentato dalla sua eccessiva linearità. Tuttavia ciò che emerge come elemento caratteristico di un processo funzionale del lutto è il movimento verso l’interiorizzazione, l’accettazione ed il venire a patti con i dati di realtà. La patologia del lutto sta infatti nella fissità su una fase piuttosto che l’altra (Stroebe e Shut, 1999, 2001). In questo senso anche l’ostentazione della mancata sofferenza può essere rappresentazione di un lutto non risolto, quanto la continua e persistente attivazione emotiva eccessivamente cristallizzata.

 

Quali fattori influenzano l’elaborazione del lutto?

Il tempo non può essere considerato in assoluto una variabile discriminante tra lutto patologico e lutto funzionale, perché il tempo è una variabile soggettiva e fra l’altro non attiva, ovvero solo un contenitore di cose che vengono fatte o non fatte, di fattori alcuni dei quali possono essere governati altri no. In questo senso bisogna considerare alcuni fattori che a seconda di come si declinano situazionalmente possono rendere il lutto più difficoltoso:

La qualità della morte della persona amata: ci si aspettava la morte di questa persona perché gravemente ammalata? In questo caso l’anticipazione mentale dell’esito irreversibile della malattia, può determinare l’attivazione di un lutto anticipato e rendere la fase successiva meno dolorosa da un punto di vista emotivo. Una morte improvvisa, traumatica (ad esempio un suicidio), al contrario, rendono il lutto più difficile.

Ruolo all’interno del sistema famigliare e tipo di relazione strutturata con la persona morta: chi è morto, un figlio, un genitore, un nonno, uno zio? Cambia la dimensione del lutto anche per il ruolo che la persona occupava all’interno del sistema di relazioni di appartenenza e per il tipo e la qualità delle relazioni intrattenute.

Precedenti lutti irrisolti e contemporaneità fra eventi luttuosi

Quali risorse personali ha la persona che deve affrontare un lutto e quale appoggio sociale: questo fattore è fondamentale in quanto descrive insieme alle strategie di fronteggiamento del lutto, quanto spazio e quale spazio mentale è disponibile per il dolore, la sofferenza e la ricostruzione; ci si riferisce con questo aspetto più a caratteristiche di personalità (dipendenza relazionale, bassa autostima, bassa intercambiabilità dei ruoli e rigidità di posizionamento, scarsa consapevolezza emotiva, incapacità a rappresentare le proprie emozioni, sfiducia negli altri ecc.). La condivisione, cioè la divisione tra persone, rende certamente la sofferenza più accettabile.


Quindi come affrontare il lutto?

Non esistono ricette per affrontare il lutto per la scomparsa di una persona amata. Come già detto, la razionalità non riesce a tenere il passo in questo campo, la morte non è qualcosa che può essere in questo modo buttato semplicemente alle spalle, pensando ad altro o aspettando passivamente che il dolore si attenui (il tempo infatti come già detto non è di per sé una variabile agente ma solo una variabile contenitiva di “cose fatte o non fatte”). Anche se razionalmente è possibile pensare al lutto come un percorso strutturato in fasi, l’esperienza del lutto è altamente soggettiva, pertanto non esiste uno schema adattabile a tutti: ognuno ha un modo personale di reagire. Le persone che mostrano una maggior capacità di adattamento e fronteggiamento del lutto, sono quelle che alla lunga assumono un atteggiamento generalmente più attivo verso il proprio lutto, ossia non lo evitano emotivamente e non ne restano nemmeno “insabbiate”:

- Pensano alla persona scomparsa, si confrontano con la sua storia, che è la loro storia e cercano di trovare un senso, anche personalissimo, in accadimenti insoliti che riconducono alla persona scomparsa (ad es. un sogno particolare) e che fanno “sentire” la sua presenza o che vengono ricondotti, con modalità attribuzionali personalissimi, alla persona scomparsa;

- Continuano a mantenere una relazione con la persona scomparsa non solo nei discorsi e nelle parole del ricordo, ma anche nel confinamento di un tempo dedicato al ricordo ad esempio nella ritualità del lutto;

- Danno alle proprie emozioni un tempo espressivo ed una tangibilità concreta, accettata e condivisa;

- Non si prendono in giro ed accettano il confronto con la sofferenza e il dolore del lutto evitando, non le emozioni del lutto (disperazione, angoscia, ansia, rabbia, dolore e tristezza), ma tutto ciò che può inebetirle; non si fanno prendere in giro da chi dice loro ciò che dovrebbero provare;

- Selezionano le persone con cui con – dividere i lutto e si difendono da quelle che creano ulteriore sofferenza per il lutto;

- Si prendono cura di sé stesse e quando si sentono pronte, si sforzano di ritornare a fare cose piacevoli per sé senza sentirsi in colpa;

 

Quando il lutto diventa un problema?

Il lutto è necessariamente un “lavoro” interno che cambia la persona e che implica dinamicità di movimento fra stati emotivi dolorosi differenti: chi vive il lutto normalmente prova varie emozioni quali lo stordimento dello shock, la rabbia, la paura, la colpa, l’ansia, la tristezza, l’angoscia, la disperazione, tutte connotate semanticamente sulla dimensione e conseguenza della perdita. In questo senso e semplificando, il movimento interiore di elaborazione del lutto, richiede l’oscillazione tra due polarità, una orientata verso un generico atteggiamento elusivo consistente in azioni rivolte all’investimento sulla nuova realtà e in assenza della persona morta, l’altra verso un generico atteggiamento depressivo caratterizzato dallo stare dentro le emozioni del lutto (Stroebe e Shut, 1999, 2001).

 

 

Partendo da questa prospettiva, il lutto funzionale è quello che si caratterizza per l’oscillazione tra queste due posizioni (entro certi limiti ovviamente): infatti ciò comporta da una parte il momento del sostare dentro il dolore del lutto e dall’altra il momento del rigenerare l’investimento senza la persona morta. L’oscillazione permette alla persona di fare il lavoro del lutto.

È evidente che una fase di oscillazione molto repentina, oltre che con frequenti passaggi da uno stato all’altro, può essere fisiologica e non patologica nel periodo iniziale di accettazione e riorganizzazione personale; può viceversa rappresentare una modalità ciclotimica poco funzionale quando si configura come stile persistente a lungo termine.

La fissità di posizionamento verso la polarità evitante, quando la persona investe in modo maniacale sull’azione, perché ciò le permette di non stare nelle emozioni del lutto, di non fermarsi, mentre può rappresentare una reazione non necessariamente patologica nella fase iniziale del lutto, lo diventa alla lunga in quanto questa strategia non permette alla persona di fare il lavoro del lutto; fare il lavoro del lutto implica certamente ricostruirsi nella dimensione della separatezza dalla persona che è deceduta, ma non attraverso la negazione del dolore del lutto; fare il lutto implica necessariamente il confronto con la parte di sofferenza che ne deriva.

Ugualmente la fissità di posizionamento verso la polarità depressiva, quando la persona sente ed esprime intensamente le emozioni del lutto, mentre può rappresentare una reazione non necessariamente patologica nella fase iniziale del lutto, lo diventa parimenti alla lunga in quanto questa strategia non permette alla persona di fare il lavoro del lutto; fare il lavoro del lutto implica anche ad un certo punto il dover arrivare a patti con la morte, ricostruendo la propria agentività nella vita quotidiana.

 

Quali i segnali di un lutto complicato?

La fase dello shock è persistente oltre ogni misura, vale a dire che congela la persona, la quale mostra di non riuscire a rialzarsi; l’anniversario della morte attiva anche a distanza di molto tempo una reattività emotiva tipica del primo periodo dell’evento luttuoso; la persona non riesce a portare dentro di sé il ricordo nella dimensione emotiva del cordoglio nostalgico, ma ogni riferimento alla persona morta crea uno struggimento sostanziale; idee o veri e propri tentativi di porre fine alla propria vita; incapacità, anche dopo molti anni a lasciare le cose della persona defunta insieme ad una sensazione depressiva profonda.