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Autostima allo specchio



Cos'è l’autostima?

L’autostima è un costrutto psicologico importante che spesso viene inferito indirettamente dall'osservazione degli atteggiamenti, comportamenti, pensieri, stati emotivi di una persona (processo etero attributivo); in questo senso si delinea all'interno di un campo relazionale composto almeno da due persone, all'interno del quale uno osserva l’altro e ne attribuisce un senso al suo comportamento: ad esempio l’insegnante che osserva la qualità relazionale sottodimensionata di un alunno in rapporto ai suoi coetanei (ad esempio ritirato socialmente ed evitante) e ne attribuisce un valore ed un significato nei termini di bassa autostima. Oppure il genitore che osservando le reazioni eclatanti del figlio di fronte ad ogni piccola frustrazione ne coglie a torto o a ragione una dimensione esplicativa generale attribuibile alla sua bassa autostima.

 

Tuttavia l’autostima è innanzitutto l’esito di un processo auto attributivo che nasce e si costituisce sui processi mentali ed immaginativi individuali, attraverso i quali il singolo attribuisce un senso ed un valore etico a sé stesso e che trova espressione nei contenuti dei suoi comportamenti, stati emotivi, modo di rappresentarsi, sia in termini logico dichiarativi che immaginativi. In questo senso l’autostima è la risultante di un processo immaginativo visivo o verbale in senso dichiarativo, che nasce dall’attribuzione di valore e/o disvalore a dimensioni singole o globali dell’immagine o concetto di sé, all’interno di specifici contesti auto-realizzativi o in senso globale: Come mi vedono gli altri? Pensando a come mi possano vedere gli altri, quale immagine mi torna alla mente di me stesso? Come mi vedo io? Pensando a come mi vedo io, quale immagine si costruisce e rappresenta nella mia mente? Guardando questa immagine che si costruisce nella mia mente, come mi sento, ovvero quale stato emotivo mi restituisce?
L’autostima in questo senso è la risultante di un processo di decentramento cognitivo, emotivo, immaginativo dove l’oggetto del sentire mentale è rappresentato da sé stessi (concetto di sé).
 

Che differenza c’è tra autostima e concetto di sé?
 
Mentre l’autostima è, come descritto sopra, un processo mentale complesso, che attribuisce un’immagine di valore o disvalore ad aspetti di contenuto di sé stessi, il concetto di sé è un costrutto utilizzato in psicologia per descrivere appunto questa dimensione più contenutistica. Tale processo contenutistico, che dipende da vari fattori evolutivi, relazionali, familiari, sociali, culturali, contestuali, passa gradualmente da idee sul Sé centrato in dimensioni prettamente corporee (sono ciò che provo: sensazioni fisiche e fisiologiche) e relazionali (sono ciò che gli altri mi restituiscono: la qualità delle cure e dell’accudimento), ad idee sul Sé centrato in aspetti di interiorità e astrazione (sono ciò che penso e immagino di me stesso). Mentre il bambino piccolo non differenzia tra sé e gli altri, ma il contenuto del suo sé (concetto di sé) è prevalentemente rappresentato fisiologicamente e dipendente in questo senso dalla qualità della regolazione reciproca degli stati fisiologici principali, all’interno della diade relazionale madre-bambino, crescendo intorno al primo e secondo anno di vita il bambino inizia a separare sé stesso e le sue azioni dagli altri oggetti nel suo ambiente fisico e sociale. Con l’avvento del linguaggio si crea un’ulteriore differenziazione nella definizione del sé, che passa da contenuti prevalentemente corporei ed immediati (sono ciò che sento e ciò che faccio), a rappresentazioni di significato più generali ed astratte, oltre che rappresentate lungo la dimensione temporale (sono ciò che sento, ciò che faccio, ciò che sono, ciò che ho, ciò che vorrei essere, ciò che ero). Durante la scuola primaria i bambini iniziano ad utilizzare espressioni descrittive di sé riferite a caratteristiche di personalità (gentile, simpatico etc.), dove l’astrazione è evidentemente maggiore. Negli anni successivi dell’adolescenza tale aspetto viene ulteriormente perfezionato, in quanto non solo viene acquisita la potenzialità della differenziazione e dell’astrazione ulteriore, connesse con la maggior capacità introspettiva, ma anche quella basata sulla identificazione e comparazione relazionale con i coetanei, fino all’età adulta dove il riferimento a sé è ulteriormente perfezionato verso le dimensioni etiche, morali, valoriali e verso processi di maggior integrazione dei contenuti.
 
 
Come si costruisce l’autostima ossia l’immagine del valore di sé stessi?
 
L’autostima è la risultante di un processo complesso all’interno del quale intervengono differenti fattori, il cui risultato non è necessariamente unitario, vale a dire che una persona può conseguire un’immagine di rappresentazione valoriale di sé differenziata a seconda dei contesti realizzativi in cui si concretizza. L’autostima è identificabile quindi come quell’immagine emergente di sé, carica di contenuti di valore, dipendente dalla qualità dei contesti realizzativi all’interno dei quali la persona si concretizza e dalla qualità dei processi di valutazione delle proprie azioni e dei risultati dei propri comportamenti nella continua interazione con il proprio ambiente.

In questi termini l’autostima si configura come un soppesare qualitativamente la propria esperienza e sé stessi attraverso valutazioni basate su informazioni provenienti da varie prospettive (personale e interpersonale) e da vari standard di valutazione (oggettivo, intraindividuale, sociale e ideale).

La prospettiva personale consiste nella valutazione che la persona fa di sé stessa e delle proprie esperienze osservandosi, in relazione alle medesime e alle dirette conseguenze delle proprie azioni: “Valuto me stesso osservandomi;

La prospettiva interpersonale è l’esito della valutazione che la persona fa delle proprie esperienze osservando o incorporando il punto di vista degli altri su di lui o ciò che immagina che gli altri possano pensare su di lui: Valuto me stesso in funzione di come penso che gli altri mi possano considerare. 

Gli standard di valutazione rappresentano invece criteri interni o esterni che vengono utilizzati come termini di comparazione al fine di attribuire valore o disvalore a sé stessi, in funzione di quanto le conseguenze reali o immaginative delle proprie azioni e comportamenti si avvicinano o discostano dagli standard definiti.

Una valutazione basata sullo standard del confronto oggettivo consiste nella valutazione di sé stessi in funzione di ciò che si ritiene (soggettivamente) debba essere normalmente il livello minimo di accettabilità; il riferimento è a qualcosa di “oggettivo” esterno anche se in realtà rappresentato soggettivamente.

Una valutazione basata sullo standard del confronto intraindividuale o soggettivo in senso stretto consiste nella valutazione di sé stessi in funzione di ciò che la singola persona considera importante e funzionale per sé; questo aspetto non viene quindi recepito dall’esterno e utilizzato come termine di paragone, ma viene definito personalmente.

Una valutazione basata sullo standard del confronto sociale viene effettuata attraverso una comparazione di sé in funzione di ciò che viene definito come atteso e normativo all’interno di uno specifico contesto e gruppo sociale. Il termine di comparazione è esterno e rappresentato dagli altri.

Una valutazione basata su standard del confronto ideale (definiti da sé stesso o da altri, realistici o irrealistici) si caratterizza per il fatto che il termine di comparazione è rappresentato da qualcosa di non realizzato ma realizzabile ed investito in questo senso di interesse personale.
















Quando la prospettiva personale crea problemi?

Come descritto sopra per prospettiva personale s’intende quando il singolo valuta sé stesso direttamente attraverso dei propri parametri (oggettivi – sociali, soggettivo – ideale). Eventuali problemi possono essere riconducibili ad un eccesso di prospettiva personale, per eccesso o per difetto.

Quando la persona esclude ogni invalidazione anche esplicita esterna (ad esempio la critica di un collega) il rischio è quello di strutturarsi come un sistema psicologico autoreferenziale, potenzialmente conflittuale, nella misura in cui gli altri non si collocano sulla medesima lunghezza d’onda personale. L’interpersonalità all’interno di un sistema così rigidamente strutturato è generalmente di tipo svalutativo (verso l’esterno e verso l’altro/l’interlocutore) per eccesso di prospettiva personale o evitante.

Viceversa un sistema che funziona con un eccesso di prospettiva personale per difetto, si caratterizza al contrario, per un atteggiamento eccessivamente autocritico ed autosvalutativo. Ogni invalidazione ed ogni situazione critica viene personalizzata e ricondotta a qualcosa di non funzionante a livello personale.

Evidentemente anche le connotazioni emotive prevalenti cambiano in queste due situazioni; mentre nella prima la connotazione emotiva prevalente potrebbe essere quella dell’ansia (derivante dalla percezione eccessiva dei pericoli relazionali) e della rabbia come rivalsa verso una relazionalità percepita e vissuta narcisisticamente, nella seconda situazione la connotazione emotiva prevalente potrebbe essere quella della colpa (Sono io che sbaglio!), della vergogna (Non valgo!) e della tristezza (Non cambierà mai!).



Quando la prospettiva interpersonale crea problemi?

Come descritto sopra per prospettiva interpersonale si intende l’esito della valutazione che la persona fa delle proprie esperienze osservando o incorporando il punto di vista degli altri su di lui o ciò che immagina che gli altri possano pensare di lui. Eventuali problemi possono essere riconducibili ad un eccesso di prospettiva interpersonale, per eccesso o per difetto.

Quando la persona esclude ogni  possibile pensiero, immagine, rappresentazione personale su di sé, collocandosi sistematicamente nella prospettiva presunta dell’altro, il rischio che corre è quello di restare in balia degli eventi validanti ed invalidanti. Ciò che conta è rappresentato da ciò che l’esterno mi restituisce; al contrario ciò che io sento o ciò che il mio corpo mi restituisce in termini di immagini emotive, non ha valore ed in alcune situazioni neanche esiste.

In questo senso è possibile distinguere tra un eccesso di prospettiva interpersonale per eccesso, dove l’immagine valutativa di sé (autostima) è dipendente e selettivamente orientata alla ricerca solo di informazioni relazionali che confermano e validano in senso positivo il proprio valore (solo gli altri contano!), da un eccesso di prospettiva interpersonale per difetto, dove l’immagine valutativa di sé (autostima) è dipendente e selettivamente orientata alla ricerca di un confronto palesemente svalutante per l’interpersonalità a difesa di una struttura personale molto fragile e non capace di sopportare il confronto.



Quando gli standard creano problemi

Gli standard descritti sopra (oggettivi, intraindividuale, sociali, ideali) sono tutti importanti e fondamentali come elementi attraverso i quali la singola persona può dare un contenuto valutativo a sé stesso in modo ragionevole, non troppo arbitrario e in modo sufficientemente realistico. Anche su questo piano i problemi si pongono quando la prospettiva autovalutativa non è integrata o è troppo impostata rigidamente sia nella direzione degli standard oggettivi e sociali, che nella direzione degli standard soggettivi e ideali. Infatti mentre la dimensione della soggettività ed idealità riempie di contenuti personali il valore del sé, collocandolo in una dimensione prospettica, la dimensione dell’oggettività e socialità riporta i parametri valutativi su un piano di realtà. Mentre un eccesso di idealità rischia di far perdere il confronto con la concretezza, al contrario un eccesso di concretezza rischia di coartare l’immaginazione ed il desiderio. Una buona qualificazione degli standard sta quindi nel rapporto integrato fra gli stessi.



Perché è importante l’autostima?

In definitiva l’autostima è l’immagine attiva di valore o disvalore implicita ed esplicitabile, la quale sottende la rappresentazione contestualizzata di sé, sul palcoscenico del teatro di rappresentazione dei propri ruoli. Le informazioni attraverso le quali ogni persona costruisce un’immagine di valore di sé, sono, come descritto sopra, molteplici e tutte contemporaneamente importanti. Sia le informazioni provenienti da una prospettiva personale (come io mi vedo?), sia quelle maggiormente connotate sul piano dell’interpersonalità (come penso che gli altri mi vedono?), attraverso dei parametri comparativi interni (io in confronto a me stesso) ed esterni (io in confronto agli altri) acquisiscono un valore funzionale nella misura in cui garantiscono un interscambio funzionale di informazioni ed una sostanziale flessibilità di vedute. Un’autovalutazione di sé stessi totalmente ancorata in una prospettiva personale, che esclude il confronto con le informazioni e le invalidazioni provenienti dagli altri e dal rapporto con loro, rischia di essere poco adattiva tanto quanto (anche se in modo differente) un’autovalutazione estremamente dipendente dalla prospettiva esterna ed interpersonale. Nella prima situazione il rischio che si corre è quello di un sistema psicologico totalmente autoreferenziale e rigido; nel secondo caso il rischio che si corre è quello di un sistema psicologico totalmente in balia degli eventi relazionali reali o percepiti.

L’autostima in concreto è un processo etico individuale importante in quanto a seconda di come si definisce concretamente, direziona l’attribuzione di contenuti a sé stessi (Chi sono? Cosa voglio, Cosa cerco? Perché?) l’orientamento cognitivo (Come mi penso? Cosa penso? Cosa non penso? Come mi spiego?), emotivo (Cosa provo? Come lo provo? Cosa non provo?), comportamentale (Cosa faccio? Cosa  non faccio? Perché lo faccio? Perché non lo faccio?), immaginativo (Come mi vedo? Come mi sento? Come mi rappresento?) e relazionale (Chi sono gli altri? Cosa posso aspettarmi? Quanto posso tollerare? Quale livello di fiducia?).

L’effetto di una positiva rappresentazione di sé stessi e di un appropriato valore prospettico e progettuale, ma anche realistico e concreto, basato su un corretto confronto con le criticità, che non vengono solo attribuite e proiettate all’esterno, influenza in modo determinante la dimensione personale autorealizzativa.