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Il Disturbo di attacchi di panico: caratteristiche generali

Che cos’è l’attacco di panico?

L’ATTACCO DI PANICO corrisponde ad un periodo preciso durante il quale vi è l’insorgenza improvvisa di intensa apprensione, paura o terrore, spesso associati con una sensazione di catastrofe imminente.

 

Durante questi attacchi sono presenti sintomi di dispnea, palpitazioni, dolore o fastidio al petto, sensazione di asfissia o di soffocamento, e paura di impazzire o di perdere il controllo.

Ci sono tre tipi di attacchi caratteristici con differenti relazioni tra l’esordio dell’attacco e la presenza o assenza di fattori scatenanti situazionali: attacchi di panico inaspettati nei quali l’esordio non è associato con un fattore scatenante situazionale; attacchi di panico provocati dalla situazione (provocati) nei quali l’attacco quasi invariabilmente si manifesta subito durante l’esposizione o nell’attesa dello stimolo o fattore scatenante situazionale; attacchi di panico sensibili alla situazione, che hanno più probabilità di manifestarsi in seguito all’esposizione allo stimolo o al fattore scatenate situazionale, ma non sono invariabilmente associati con lo stimolo e si manifestano necessariamente subito dopo l’esposizione.

Le persone che soffrono di attacchi di panico sperimentano un vero e proprio senso di terrore che colpisce improvvisamente e ripetutamente, senza alcun preavviso attraverso delle reazioni fisiologiche a cascata.

 

I sintomi tipici sono:

- Aumento improvviso del battito cardiaco

- Dolori al petto

- Senso di soffocamento

- Sensazione di grande pericolo imminente

- Sudorazioni

- Vampate di calore o brividi

- Spossatezza

- Senso di nausea

- Confusione mentale

- Sensazione di essere fuori dalla realtà - derealizzazione

- Perdita di coscienza

 

Quanto può durare un attacco di panico?

L’attacco di panico che può durare un paio di minuti, ma può anche arrivare ad una decina di minuti, si distingue in disturbo di panico con agorafobia e disturbo di panico senza agorafobia.

 

Quali strategie la persona che soffre di attacchi di panico mette in atto per difendersi?

Quando si parla di strategie difensive ci si riferisce a quelle modalità che tutti noi generalmente utilizziamo per affrontare o evitare situazioni che potrebbero metterci in difficoltà e mettere in discussione scopi primari. Tuttavia queste strategie utilizzate in maniera dosata da una persona che non ha strutturato un disturbo psicologico, possono diventare controproducenti in un soggetto che soffre di attacchi di panico. Si parla a questo proposito di fattori di mantenimento del disturbo.

L’evitamento riducendo l’attività esplorativa della persona non permette di mettere in discussione le credenze disfunzionali sul panico, su di sé e sugli altri; il rimuginio ansioso non permette di rilassarsi in quanto mantiene sempre attivo ad uno stato di coscienza gli scenari del panico; la ruminazione depressiva (elemento secondario spesso presente in chi soffre del disturbo) rinforza gli argini della bassa autostima e le convinzioni negative della persona; la dipendenza dagli altri mantenuta e ricercata sistematicamente non mette la persona nella condizione di ampliare le proprie capacità di fronteggiamento delle situazioni ansiogene.

L’attacco di panico è qualcosa di totalmente inaspettato e travolgente ed ha  effetti vistosi sulla persona che sperimenta questa sintomatologia, pertanto generalmente provoca delle reazioni difensive, quali l’EVITAMENTO della situazione e dei luoghi in cui si è manifestato e spesso la persona accetta uno scadimento della propria qualità di vita, rinunciando alle normali attività quotidiane, all’automobile e in qualche caso persino ad uscire di casa.

Da questo punto di vista l’attacco di panico ha una sua caratterizzazione fisiologica primaria specifica (i sintomi fisiologici dell’ansia, all’ennesima potenza), ma spesso genera un insieme di problemi secondari che a lungo andare, se non affrontati, possono diventare anche maggiori rispetto all’attacco di panico in sé. Il pensare di essere pazzi, l’avere paura di uscire da soli perché potrebbe verificarsi un attacco di panico, il tenere per sé le sensazioni e i pensieri del disagio, senza comunicarli con nessuno; tutto ciò genera una situazione psicologica sfavorevole, legata allo strutturarsi di un problema aggiuntivo, diverso dal panico e corrispondente con la paura del panico, cioè LA PAURA DELLA PAURA. Spesso le persone che soffrono di attacchi di panico possono diventare enormemente isolate e tristi nella misura in cui gli evitamenti messi in atto riducono i loro spazi di vita libera dal panico.

La paura della paura genera un altro aspetto importante rappresentato dall’attenzione eccessiva per ogni segnale fisico che il corpo manda. Questa attenzione nasce dalla paura che stia iniziando un nuovo attacco, pertanto si costruisce un atteggiamento sentinella che impedisce alle persone di rilassarsi. Tale atteggiamento si caratterizza dalla focalizzazione eccessiva sui segnali somatici dell’ansia in associazione con un’elevatissima paura dell’ansia stessa. La paura di avere un attacco di panico può essere talmente elevata ed intensa che la sola percezione di un segnale d’ansia (ad esempio leggero aumento del battito cardiaco, leggera dispena ecc.) diventa da solo il fattore scatenante di un nuovo attacco.

Il rimuginio ansioso rappresenta un ulteriore strategia difensiva e consiste nel pensare continuamente ai possibili scenari del panico, ai rischi che si corrono, alla vergogna di essere derisi, alla possibilità di non farcela. Pertanto mantiene attivo lo stato di attenzione sul corpo, sul panico, impedisce di rilassarsi e favorisce la creazione di una sorta di “profezia che si autoavvera”. Tanto più penso all’ansia in senso negativo e catastrofico, tanto più temo l’ansia, tanto più evito l’ansia e le situazioni che possono attivarla.

La dipendenza come già visto sopra, può essere descritta come una forma di evitamento più lieve ma che ha i medesimi effetti dell’evitamento. La persona evita di affrontare determinate situazioni che la mettono in difficoltà, da sola, pertanto non sperimenta se non attraverso la mediazione dell’altro.

La ruminazione depressiva che rappresenta un problema secondario del disturbo, alimenta il fuoco della valutazione negativa di sé, del timore che non ci sia più nulla da fare, del senso di diversità dagli altri, ma non come unicità positiva.

 

Quali sono gli scopi che vengono messi in discussione dall’attacco di panico?

L’esperienza inaspettata e ripetuta dell’attacco di panico porta generalmente una persona a iperfocalizzarsi sui segnali fisici dell’ansia la quale perde, all’interno del disturbo, la propria funzione protettiva di segnalazione dell’imminenza di un “pericolo”. L’ansia da elemento emotivo importante che dovrebbe aiutare a strutturare comportamenti migliori di fronteggiamento di uno specifico problema (ad esempio l’ansia pre esame), diventa il “trigger” reale o temuto di un attacco di panico imminente. Ciò è dovuto al fatto che i segnali fisici del panico sono molto intensi e connotati tutti somaticamente. Pertanto l’esperienza fisica del panico porta il soggetto alla convinzione di avere un grosso problema medico in corso o che la ripetuta esperienza del panico possa ingenerare in un problema medico grave ed irreversibile (attacco di cuore, ictus, soffocamento ecc.). In questo senso generalmente gli scopi principali messi in discussione dal panico sono quelli relaivi a:

- Integrità fisica

- Integrità mentale

- Perdita della salute

Tuttavia bisogna considerare che le persone che soffrono di questo disturbo spesso sviluppano un timore eccessivo di essere derise, misconosciute socialmente o messe al bando. La vergogna dell’ansia, ovvero la vergogna di essere scoperti mentre si prova ansia è collegata al timore della perdita di scopi relativi a:

- Integrità e riconoscimento sociale

Quando il disturbo è notevolmente strutturato e persistente da un certo periodo di tempo, il soggetto sviluppa margini di evitamento specifici o generalizzati. Quanto più l’evitamento pone la persona nella condizione di non riuscire più a svolgere le normali attività quotidiane della sua vita (ad esempio recarsi al lavoro, uscire con le amiche) tanto più il timore dell’attacco di panico si associa con il timore della perdita di scopi connessi con:

- Realizzazione personale

- Mantenimento del controllo della propria vita

- Timore di rovina economica

Tutto ciò dipende da quanto grande diventa l’area del disturbo rispetto alle aree della vita libere dal sintomo. Differente è la situazione di un soggetto che ha strutturato un evitamento complessivo ampio, fino a non uscire più da casa sua, da un soggetto che evita “semplicemente” il recarsi da solo al supermercato ad esempio.

 

Quali sono le credenze di una persona che soffre di attacchi di panico?

Di fronte alle sensazioni di catastrofe imminente sul piano somatico e medico (ictus, attacco di cuore ecc.) e sul piano sociale (credenze di rovina, di perdita di controllo, di perdita delle relazioni sociali) con in associazione l’emozione della vergogna associata al timore del giudizio negativo espresso dagli altri (“gli altri si accorgeranno che sto impazzendo”, “gli altri non si accorgeranno che sto male e nessuno sarà disposto a soccorrermi” ecc.) il soggetto fa abbondante uso di strategie cognitive di controllo o iperprudenziali.  Queste, come per le strategie compensative sul piano individuale (evitamento e rimuginio) e relazionale (cicli interpersonali disfunzionali), hanno l’effetto contrario a quello ricercato, ossia aumentano l’ansia o le situazioni potenziali in cui sperimentare ansia; in questo senso diventano fattori di mantenimento del disturbo.

 

TENDENZA A PREVISIONI CATASTROFICHE: Il soggetto teme che da un momento all’altro perderà sé stesso definitivamente; questa perdita può assumere la forma della morte o della follia. La perdita di sé stessi non è vissuta come un evento possibile a medio o lungo termine, ma come qualcosa già in atto

 

INTOLLERANZA DELL’INCERTEZZA o bisogno di certezza ad ogni costo: È troppo penoso avere il dubbio che da un momento all’altro possa verificarsi una catastrofe della portata descritta sopra, il soggetto non può vivere se non la esclude con sicurezza. Tutto il sistema è orientato ad escludere il dubbio che viene sperimentato come intollerabile, l’effetto ottenuto è tuttavia contrario ossia corrisponde al mantenimento costante della preoccupazione.

 

BISOGNO DI CONTROLLO: Consiste nella ricerca della certezza di evitare i danni catastrofici temuti. Il soggetto si impegna a monitorare e controllare continuamente alcuni stati interni (battito cardiaco, respiro, emozioni, ecc.) e aspetti esterni della realtà

 

AUTOVALUTAZIONE NEGATIVA: Percezione di debolezza emozionale e fragilità