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Il Disagio Psicologico



Cos’è  la mente?
Questo articolo non ha intenzione di entrare nel dibattito filosofico relativo alla distinzione tra mente e mondo, ovvero se la realtà sia qualcosa di indipendente da un soggetto percipiente o viceversa non si possa postulare alcuna realtà senza un soggetto che la costruisce attraverso le proprie denotazioni di senso, basate sulla rappresentazione e sul linguaggio.

Il mattone che cade sulla testa del povero sfortunato, è esistente indipendentemente dal fatto che il povero sfortunato sappia che cos’è un mattone e a cosa serve, ed indipendentemente dal fatto che non ne abbia mai visto uno. Tuttavia c’è una porzione di realtà che non appartiene intrinsecamente all’oggetto, in questo caso al mattone, ma al soggetto che gli attribuisce un senso sulla base della propria esperienza e del proprio apprendimento. Questa porzione di realtà, in parte soggettiva in senso stretto ed in parte intersoggettiva in quanto derivata dall’appartenenza ad uno specifico contesto sociale e culturale è frutto della mente.

La mente quindi ha la funzione di dare senso, coerenza e significato al mondo per regolare il comportamento, al fine di raggiungere degli scopi.

Semplificando con un esempio si potrebbe dire che la mente elabora delle mappe del proprio territorio, le quali tuttavia non saranno mai perfettamente coincidenti con il territorio stesso (quello “oggettivo”) ed il cui scopo è quello di incrementare la prevedibilità del mondo al fine di poter perseguire i propri scopi. Ogni persona può essere rappresentata in questo senso come un esploratore che costruisce delle teorie (mappe) sull’oggetto della propria esplorazione. Alcune mappe saranno più funzionali di altre, non solo per il loro livello di verosimiglianza con la realtà, ma soprattutto per il grado di prevedibilità che permettono di gestire e quindi per la loro capacità euristica nel favorire il raggiungimento dello scopo. Il modello di realtà che costruisce percettivamente l’essere umano  è molto diverso da quello che sviluppa ad esempio un pipistrello, ma nessuno dei due è migliore dell’altro solo perché i pipistrelli non vedono; infatti ognuno percepisce ciò che è funzionale al perseguimento dei propri scopi, esattamente come i pipistrelli “vedono” il mondo dal loro punto di vista e ciò consente di raggiungere al meglio i propri scopi di pipistrelli; se le rane vedessero il mondo come lo vediamo noi esseri umani, non riuscirebbero a catturare nemmeno la più sprovveduta delle mosche.
 
Che cosa sono quindi gli scopi?
Non sono nient’altro che il sistema motivazionale dell’individuo, il motore del suo fare ed essere. Infatti gli scopi orientano il comportamento al raggiungimento della sua finalità. Chiunque stia facendo qualcosa, leggere, dormire, correre, pensare, piantare un chiodo, tagliare l’erba del prato, etc., nel rispondere alla domanda “perché stai facendo ciò?” indica uno scopo rappresentato nella sua mente. Ovviamente non tutti gli scopi hanno lo stesso valore individuale, in quanto alcuni sono strumentali al raggiungimento di altri scopi terminali e generalmente gli scopi terminali sono quelli che hanno un’importanza maggiore per ogni singola persona. Uno stesso scopo strumentale può essere funzionale al raggiungimento di scopi terminali differenti. Ogni persona ha una propria gerarchia di scopi personali: ad esempio per qualcuno può essere fondamentale conseguire il massimo della realizzazione lavorativa (scopo 1), perché in questo modo può accedere ad una retribuzione maggiore (scopo 2), perché in questo modo può permettersi di acquistare gli oggetti migliori presenti sul mercato (scopo 3), perché in questo modo pensa di poter innalzare il proprio status sociale (scopo 4), perché in questo modo pensa di essere maggiormente apprezzato dagli altri (scopo 5), perché non accetta che gli altri non lo riconoscano (scopo 6), perché il suo riconoscimento passa attraverso la differenziazione dagli altri (scopo 7).
Non tutti gli scopi sono appresi o rappresentati nella mente, alcuni di questi, ossia quelli maggiormente regolati biologicamente, fanno agire in automatico, similmente ai riflessi, ed hanno una funzione adattiva. Ad esempio evitare il vuoto, fuggire da rumori molto forti, avvicinarsi alla sorgente del latte, nel bambino piccolo sono tutti comportamenti presenti già alla nascita, non necessitano di apprendimento e attivano comportamenti orientati al raggiungimento dello scopo di preservare il proprio adattamento.
 
Quando gli scopi diventano un problema?
Gli scopi sono il motore del sistema motivazionale in quanto spingono l’individuo all’attivazione delle risorse, degli strumenti e delle strategie per il loro perseguimento. Si possono presentare dei problemi quando:
 
Quando non si è capaci di scegliere fra scopi differenti o si è impossibilitati alla scelta: il trovarsi di fronte ad un bivio e dover scegliere irrimediabilmente tra uno scopo ed un altro, crea tensione e disagio. Tuttavia la tensione ed il disagio sono in questo caso funzionali in quanto spingono alla scelta. Scegliere tra scopi differenti implica dover accettare la perdita di almeno uno scopo e quindi la capacità di stare anche con la tristezza che ciò comporta e con la necessità di rivalutare l’immagine del sè. Il problema si pone quando la persona non sa rinunciare a parti di sé che si sono dimostrate non più funzionali, per paura, per ansia di non riuscirci, per il timore di rimanere soli.
Effetti: paura, ansia, rimuginio, ruminazione.
 
Quando tutti gli scopi vengono trattati nel medesimo modo: in questo caso si tratta di un problema di gerarchia degli scopi che porta ad un sovraccarico del sistema cognitivo. Se molteplici scopi hanno nella mente individuale lo stesso livello di valore sostanziale, il problema si pone nella necessità di salvaguardarli tutti nello stesso modo, il che è impossibile.
Effetti: confusione, disorganizzazione, centrifuga di emotività.
 
Quando la persona funziona su un solo scopo: investire su un solo scopo può essere funzionale in alcuni momenti o situazioni ossia quando questa modalità è temporanea. Il problema si pone quando l’azione su un singolo scopo caratterizza la modalità prevalente ed unica del funzionamento individuale. Perseguire un solo scopo implica l’impossibilità a rinunciarvi nel momento in cui si pongono delle invalidazioni esterne che mettono in discussione lo scopo stesso. L’impossibilità a rinunciare allo scopo pone la persona nella condizione di salvaguardarlo a tutti i costi, con il rischio di perdere in flessibilità.
Effetti: rigidità, ossessività, rabbia, rancore.
 
Quando la persona sceglie per sé scopi non realistici: scegliere scopi al di fuori della propria portata, per qualunque motivazione, crea i presupposti per delle frustrazioni certe.
Effetti: delusione, depressione, rabbia.
 
Quando la persona sceglie per sé solo scopi di altri: per il proprio benessere è importante pensare, almeno in parte a sé stessi e talvolta accettare il conflitto che deriverebbe dal non aderire agli scopi degli altri.
Effetti: infelicità, delusione.
 
Quando la persona non ha più alcuno scopo per sé da perseguire: siamo nell’ambito della perdita.
Effetti: depressione, ansia.
 
Che cosa sono e Che ruolo hanno le emozioni?
La radice della parola emozione è il verbo latino “moveo” (muovere), con l’aggiunta del prefisso “e -” (movimento da), per indicare che in ogni emozione è implicita una tendenza ad agire.Tecnicamente le emozioni sono stati mentali e fisiologici associati a modificazioni psicofisiologiche, a stimoli interni o esterni, naturali o appresi. Nella sostanza le emozioni sono reazioni psico – fisiologiche le quali non fanno altro che tenerci informati sullo stato di successo o fallimento attuale e previsto nel raggiungere i nostri scopi. Le emozioni gradevoli ci dicono che stiamo andando bene e il successo nel raggiungimento dello scopo si sta avvicinando; le emozioni come la paura e l’ansia ci segnalano la previsione di un fallimento; la tristezza ci ricorda che il fallimento è già avvenuto; la vergogna ci segnala un fallimento o un falllimento possibile, ma relativo allo specifico scopo della buona immagine sociale; la colpa ci segnala che non abbiamo raggiunto lo scopo di essere come volevamo essere.

 

PAURA

GIOIA

RABBIA

COLPA

Sinonimi ed emozioni analoghe

Ansia, timore, preoccupazione, panico - terrore

Felicità, soddisfazione, allegria, euforia

Collera - ira, risentimento, odio

Rimorso, pentimento

Situazioni scatenanti

Quando si può verificare un fatto negativo o molto negativo

Quando si ottiene un obiettivo importante

Sopruso, insuccesso, critica ingiusta, offesa, non sentirsi amato

Quando si provoca un danno ingiusto agli altri o a se stessi

Sensazioni fisiche

Irrequietezza, tremore, sudore, accelerazione cardiaca, tensione muscolare

Benessere, eccitazione

Irrequietezza, tremore, tensione muscolare, tachicardia

Irrequietezza, perdita di forze, rilassamento muscolare, difficoltà respiratoria

Comportamento osservabile

Irrequietezza, espressione del viso come se ci si stesse aspettando il peggio

Comportamento eccitato, sorriso, riso, occhi che brillano

Irrequietezza o agitazione, viso accigliato, bocca serrata

Atteggiamento dimesso, viso senza sorriso, sguardo basso

Pensieri e immagini mentali

Proiettare il fatto nel futuro come se si fosse già verificato

Piacevoli, ottimistici

Rivalsa, protesta, vendetta, aggressività

Ho sbagliato? Posso rimediare? Quale punizione?

Azioni utili

Chiedere aiuto e rassicurazione, condivisione, affrontare (a volte), evitare (altre)

Condivisione, sorriso

comunicazione

Riparazione, espressione verbale

Azioni inutili e dannose

Evitare (a volte), affrontare senza i mezzi

Comportamenti potenzialmente pericolosi o dannosi

Aggressività, violenza

Chiusura, danno a sè stessi

Significato rispetto agli scopi personali

Gli scopi personali rischiano di essere messi in discussione

Scopi raggiunti

Scopi ostacolati da qualcuno o qualcosa

Scopi personali traditi

 

 
 

TRISTEZZA

VERGOGNA

GELOSIA

INVIDIA

Sinonimi ed emozioni analoghe

Malinconia, dispiacere, nostalgia

pudore

Tormento amoroso

Rammarico

Situazioni scatenanti

Perdita, sconfitta

Quando si scopre un nostro comportamento inadeguato, sconfitta, umiliazione

Quelle in cui una terza persona può sottrarci la persona cara

Quando l’altro ha qualcosa che vorrei per me

Sensazioni fisiche

Muscoli rilassati, spossatezza, mancanza di energia

Rossore del viso, sudorazione

Irrequietezza, batticuore, tensione muscolare

Tensione

Comportamento osservabile

Atteggiamento dimesso, pianto, sguardo basso, mimica povera

Viso rosso, atteggiamento imbarazzato

Come la rabbia e/o la paura, controllo

Atteggiamento aggressivo e/o squalificante

Pensieri e immagini mentali

Rassegnazione, impotenza

Autocritica, ridicolaggine

Di infedeltà, di eccessiva vicinanza tra i due

Immagini di superiorità dell’altro

Azioni utili

Condivisione, comportamenti piacevoli dopo l’elaborazione

Correggere il comportamento che ha provocato la vergogna

Comunicazione, rinuncia al controllo

Cercare di migliorarsi, valorizzarsi

Azioni inutili e dannose

Chiusura, negazione dei fatti

Nascondersi, evitare

Controllo, atteggiamento accusatorio

Aggressività

Significato rispetto agli scopi personali

Mancato raggiungimento o perdita di scopi

Messi in discussione e gli altri osservano

Messi in pericolo

Messa in discussione del valore personale

 
Quando le emozioni diventano un problema?
Le emozioni possono diventare un problema quando perdono la loro funzione principale, ossia quella informativa ed attiva. La prima si riferisce al ruolo delle emozioni nell’informarci se stiamo perseguendo la direzione giusta per il raggiungimento dello scopo, la seconda ci spinge ad agire, a muoverci verso il conseguimento dello scopo. L’ansia ad esempio ha la funzione di attivare l’organismo al fine di aumentare l’impegno  per il raggiungimento dello scopo; la rabbia ci permette di reagire in situazioni in cui il perseguimento dello scopo viene messo apertamente e ingiustamente in discussione da altri, la tristezza ci informa della perdita dello scopo e quindi della necessità di cambiare strategia per il suo conseguimento o la necessità di cambiare scopo da perseguire. Da questo punto di vista le emozioni hanno una funzione adattiva. Le emozioni tuttavia possono diventare disadattive o disfunzionali quando:
 
  • L’esperienza emotiva della persona è monovalente o prevalentemente tale. Provare solo ansia, o solo rabbia, o solo tristezza, o solo gioia rende la vita estremamente difficile e poco piacevole;
  • Le emozioni provate o l’emozione provata è troppo intensa e dura troppo a lungo rispetto alle caratteristiche della situazione.
  • L’esperienza emotiva della persona è non solo monovalente ma anche generalizzata: provare ansia o rabbia in una situazione palesemente minacciosa è adattivo, il problema si pone quando le situazioni in cui vengono sperimentate l’ansia e/o la rabbia (o altre emozioni) tendono ad essere molteplici, spingendo la persona a evitare o ad essere perennemente rabbiosa e rancorosa.
  • L’esperienza emotiva della persona è silente o assente: si parla in questo caso di alessitimia, cioè incapacità a provare emozioni, a sentirle nel proprio corpo, e soprattuto quando manca la consapevolezza delle emozioni sperimentate, indipendentemente dalle situazioni in cui ci si trova, a rappresentarsele nella propria mente; l’alessitimia è differente dalla dissociazione/rimozione.
  • L’esperienza emotiva della persona è condizionata sulla base di una precedente o più esperienze vissute come traumatiche. L’aver subito un grave incidente automobilistico può creare una risposta emotiva di panico condizionata allo stimolo associato (ad esempio il guidare da soli l’automobile, l’entrare in una galleria o nella galleria dove si è verificato l’incidente); subire dei gravi maltrattamenti può portare la persona a sviluppare una reazione ansiosa ogni volta che aumenta l’intimità con l’altro;
 
Anche in questo caso il problema è o nel troppo poco o nel troppo tanto
 
Cosa sono le credenze e a cosa servono?
Le credenze non sono altro che le conoscenze o idee, date come assunti, e acquisite nel corso della propria storia di vita; in sostanza ciò che ogni persona si aspetta di trovare in specifiche situazioni e poiché la vita delle persone è fatta prevalentemente di relazioni e interazioni con altre persone, le credenze centrali sono quelle relative a sé stessi e agli altri. Credenze e mappe non sono la medesima cosa in quanto le prime ci orientano nel definire la rappresentazione della realtà (mappa), tuttavia hanno la stessa funzione: aumentare la propria capacità predittiva ossia la capacità di anticipare ciò che potrebbe verificarsi in determinate situazioni. In questo senso la mente è ciò che sulla base della propria personale esperienza ci permette di costruirci anticipazioni del mondo con il fine di permetterci un miglior adattamento finalizzato al raggiungimento dei nostri scopi.
 
Quando le credenze diventano un problema?
Le credenze rappresentano le nostre personali certezze su noi stessi, sugli altri e sul mondo in generale. Sono dei surrogati di informazioni, stabili, ed estrapolate dalle regolarità della nostra esperienza. Ci permettono di rendere maggiormente prevedibile il mondo e non dover riesperire tutto daccapo. Generalmente le persone sono più propense a cercare quelle informazioni che confermano le proprie credenze piuttosto che quelle informazioni che le falsificano.  Le proprie personali credenze sono quindi funzionali all’adattamento individuale.
Diventano un problema quando sono troppo rigide ossia rese immodificabili dall’esperienza dei fatti. Una persona che soffre di fobia sociale ad esempio, ossia che teme in modo molto intenso qualsiasi confronto sociale per paura di essere messo in ridicolo, generalmente ha una serie di credenze che mantengono il sintomo ansioso: ad esempio la credenza o convinzione che se inizierà a provare ansia, gli altri se ne accorgeranno immediatamente, lo derideranno necessariamente ed egli non riuscirà a recuperare il controllo. Pertanto quando si troverà in una situazione sociale tenderà a prestare attenzione a tutti quegli indizi che confermano la sua credenza piuttosto che a quelli in grado di sconfermarla (ad es. gli altri che lo scrutano con atteggiamento indagatorio e valutativo).
 
Qual è lo scopo sovraordinato della mente?
La mente può essere considerata metaforicamente come un edificio con molte stanze, perennemente in costruzione. Come ogni edificio ha fondamenta che si rifanno alla parte più sedimentata della struttura e poiché ogni persona è un mondo a sé, continuando la metafora, ogni edificio ha forme, strutture, colori, stanze differenti. Le fondamenta possono essere più o meno solide, incrinate, in costruzione, in ricostruzione a seconda delle situazioni individuali. Ciò che accomuna le fondamenta di tutti è che queste hanno radici profonde collocate nei significati, ricordi e relazioni individuali. Le fondamenta sono le strutture sulle quali si ergono le nostre personali credenze su di noi e sugli altri e sulla base delle quali diamo prevedibilità al “mondo” con la finalità di raggiungere i nostri personali scopi, impliciti ed espliciti.
Una mente funzionante in modo sufficientemente equilibrato, ha delle proprie basi di appoggio, nella forma di assunti personali su di sé e sugli altri, degli scopi organizzati in modo consapevole, delle strategie funzionali al loro raggiungimento e la capacità di leggere la propria emotività, come elemento informativo in grado di orientare l’azione o riorientarla. In questo senso una mente equilibrata ha una rappresentazione del “territorio” (mappa) ma nello stesso tempo è permeabile alle invalidazioni che il “territorio” invia. La permeabilità è sinonimo di crescita di conoscenza, perché solo attraverso l’invalidazione e la sofferenza psicologica conseguente, l’individuo può cambiare credenze personali su di sé, sugli altri, strategie, e/o scopi.
 
La sofferenza psicologica normale
Non tutta la sofferenza psicologica è frutto di patologia; le persone soffrono per una molteplicità di motivi, per il fallimento dei propri obiettivi, per l’esclusione dal gruppo, per l’esclusione dalla coppia, per la perdita degli affetti, per la scarsa autostima ecc. Le persone soffrono non solo per accadimenti che si verificano nel qui ed ora, ma anche per il ricordo di cose spiacevoli accadute nel loro passato, o per il timore di ciò che potrebbe accadere nel futuro. A ben guardare è difficile che una persona trascorra una sola giornata della sua vita senza sperimentare, magari fugacemente o lievemente, una certa dose di sofferenza. La sofferenza psicologica, grossolanamente in tutte le sue forme, indica che nel presente, nel passato o nel futuro, è stato compromesso o si ha il timore che venga compromesso il raggiungimento di uno scopo personale importante. La sofferenza psicologica normale, che è fatta di emozioni spiacevoli, ci mette nella condizione di cambiare la rotta del nostro comportamento, delle nostre credenze, dei nostri scopi o delle strategie utilizzate per perseguirli.
 
Quando la sofferenza psicologica è un problema?
La sofferenza psicologica può diventare una patologia o può rappresentare un problema personale importante quando la persona non riesce più a divincolarsi e svincolarsi dalle emozioni spiacevoli ad essa associate; quando non riesce a cambiare strategie per il raggiungimento dei propri scopi, credenze su di sé e sugli altri. Adottare sempre le stesse strategie, gli stessi scopi, le stesse credenze, anche quando queste si sono rivelate inefficaci nel rendere maggiormente prevedibile il proprio mondo implica orientarsi anticipatamente verso invalidazioni continue e costanti, il cui effetto è l’esperienza continua di stati di sofferenza e disagio personale. Quando l’escursionista itinerante percorre sempre lo stesso sentiero, riduce certamente i margini del rischio connessi con l’avventurarsi in percorsi ignoti, ma  nello stesso tempo si perde il piacere della novità e la possibilità di cambiare e crescere sé stesso. La sofferenza psicologica patologica ha la propria rappresentazione metaforica in questo aspetto di rigidità disfunzionale.