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Nessuno merita di subire prepotenze: il bullismo in ambito scolastico




Con il termine di bullismo s’intende un fenomeno tipicamente sociale che caratterizza dinamiche relazionali disfunzionali in situazioni di gruppo. In questo senso, prima ancora di orientare individualmente sulla focalizzazione della tipicità psicologica ed emotiva degli attori relazionali coinvolti nel fenomeno (il bullo, la vittima, gli spettatori), il bullismo dovrebbe rappresentare il sintomo attraverso il quale un gruppo (nella figura degli adulti che funzionano da cornice relazionale di gestione, supervisione, educazione) accoglie e si occupa dell’esternalizzazione della propria patologia organizzativa e di mal funzionamento. Il fenomeno del bullismo nella scuola, come sintomo specialistico di un gruppo, segnala che il livello di funzionamento di un’organizzazione è deficitaria sul piano della pro-socialità, dell’interdipendenza positiva, della relazionalità soddisfacente in modo reciproco, della mancanza di responsabilità del gruppo sul piano della competenza sociale ed empatica, della mancanza di coordinazione autorevole e coerente da parte della cornice relazionale degli adulti che si occupano del gruppo.



Da un punto di vista prettamente classificatorio il fenomeno del bullismo deve essere distinto da comportamenti riconducibili alle così dette ragazzate e dagli atti criminali veri e propri.



Secondo Olweus (1996) uno “studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni”. Secondo Fedeli (2007) il bullismo si caratterizza per alcune costanti comportamentali e relazionali:
 

Si basa su una rigida e ripetitiva differenziazione dei ruoli tra chi esercita il ruolo di prepotenza e prevaricazione (bullo e gregari) da chi ne subisce gli effetti; in questo senso la vittima non ha spazio per sperimentarsi in un ruolo differente in quanto rappresentato anche a livello fantasmatico, all’interno della cognizione del bullo e dei rispettivi gregari, come l’elemento fastidioso, strano, debole, che deve essere sottomesso e che si deve sottomettere. Ciò è il frutto delle intenzionalità pianificate dal bullo e del suo orientamento aggressivo finalizzato alla creazione ed al mantenimento di un rango di predominanza all’interno del gruppo. Nella struttura relazionale patologica e viziosa che si crea, quando il fenomeno del bullismo è sufficientemente stigmatizzato, anche i gregari, gli spettatori passivi, gli adulti indifferenti e la vittima stessa, contribuiscono inconsapevolmente al mantenimento dei circoli relazionali disfunzionali e della rispettiva rigidità dei ruoli.

Si basa su una relazione sistematicamente mantenuta su un piano asimmetrico; ciò è dovuto ad un’irregolare disequilibrio di forza e potere a vantaggio evidentemente di alcuni soggetti rispetto ad altri: forza fisica, maggior dominanza e leadership negativa all’interno del gruppo, maggior potere relazionale da parte del bullo all’interno del suo gruppo, rispetto alla vittima. In questo senso il bullo non è necessariamente un soggetto emotivamente deprivato o incapace sul piano relazionale, ma è spesso al contrario molto competente nel gestire la propria relazionalità, anche se in modo distorto (ha generalmente più amici della vittima, è più disinibito socialmente nel senso che si pone meno problemi o nessun problema rispetto alle conseguenze dei propri comportamenti sul piano della relazione).

È intenzionalmente e volontariamente orientato allo scopo di creare disagio attraverso comportamenti pianificati nell’obiettivo di creare danno alla vittima: non è un caso che le prevaricazioni vengono agite il più delle volte negli spazi e nei momenti in cui il controllo dell’adulto è assente o carente.

Gli episodi di bullismo orientati verso la vittima predestinata vengono agiti in modo ripetitivo e continuativo nel tempo con l’appoggio o con la copertura di soggetti che agiscono come gregari i quali attivamente contribuiscono ad alimentare gli atteggiamenti ed i comportamenti prevaricatori e contribuendo ad aumentare l’immagine deumanizzata della vittima, la quale viene attivamente isolata e stigmatizzata ulteriormente. In questo senso la vittima si sente la vera responsabile dei processi di esclusione e stigmatizzazione sociale che subisce, quindi si vergogna e tende a nascondere ciò che le accade, oppure si isola dal gruppo o viceversa aumenta in modo eccessivo i suoi comportamenti di ricerca “compulsiva” dell’approvazione da parte del bullo e del gruppo attraverso atteggiamenti e comportamenti generali di compiacenza forzata. Ciò è legato anche alla sensazione di paurae ansia che la vittima sperimenta, sia per ciò che potrebbe accadere nell’attualità, sia per ciò che potrebbe accadere verosimilmente in prospettiva, nell’ipotesi in cui non riuscisse ad assecondarsi l’accettazione degli altri.

Produce negli spettatori attivi e passivi emozioni e reazioni differenziate che quanto più si mantengono sul piano dell’ammirazione verso il bullo per la sua “forza” apparente, piuttosto che sul piano della passività e dell’indifferenza omertosa, piuttosto che sul piano della sottovalutazione del fenomeno e delle sue conseguenze, contribuiscono al suo mantenimento.


Forme del bullismo

Si distinguono tre tipologie principali di comportamenti riconducibili ad atti di bullismo a seconda che si realizzino prevalentemente sul piano fisico, verbale o relazionale.






Credenze disfunzionali sul bullismo

Si considerano credenze disfunzionali sul bullismo tutte quelle che, partendo da una considerazione superficiale o errata del problema, non portano ad una reale considerazione dell’entità delle conseguenze e del danno sulla vittima, evitano di produrre delle risposte appropriate per il contenimento del fenomeno che al contrario viene ricondotto erroneamente a normali dinamiche situazionali di gruppo che ognuno dovrebbe imparare a gestire autonomamente.
 

In questo senso è spesso pregiudizievole l’idea disfunzionale del bullo (stereotipo) come soggetto debole e svantaggiato da tollerare, in quanto proveniente da contesti sociali, culturali o familiari di disagio. Al bullo viene automaticamente attribuita una condizione di disagio emotivo che trova espressione attraverso i suoi comportamenti prevaricatori, vissuti appunto come espressione di un disagio non tanto da limitare e contenere, ma da tollerare. A parte l’idea disfunzionale della tolleranza senza contenimento e limitazione, è spesso errata anche l’idea del bullo come soggetto sociale fragile: non sempre i bulli provengono da contesti familiari disagiati e non sempre sono soggetti incompleti e incompetenti da un punto di vista delle abilità personali, verbali e sociali che al contrario utilizzano per scopi prevalentemente dominanti ed offensivi verso le vittime designate.

Il bullismo è un fenomeno che si sviluppa solo in contesti sociali e scolastici particolarmente disagiati e degradati: questa credenza ha un effetto sostanzialmente disfunzionale in quanto pone il sistema organizzato all’interno del quale si verificano i comportamenti di bullismo (classe, scuola) nell’ottica di sottovalutarli in quanto fenomeni che si verificherebbero solo in contesti altri, di basso livello e profilo. Di certo i fenomeni di bullismo, che non si verificano solo in contesti disagiati, evidenziano una patologia dell’organizzazione all’interno della quale si sviluppano, e quanto meno l’incapacità o l’insensibilità degli adulti dell’organizzazione di accorgersi quanto i soggetti evolutivi dei quali dovrebbero occuparsi, stanno male all’interno del loro contesto scolastico.

Un’altra credenza molto diffusa e pericolosa è connessa alla minimizzazione del fenomeno (“Ci siamo passati tutti”) ed alla attribuzione ai comportamenti di bullismo una sostanziale valenza prospettica educativa per la vittima: “Le servirà per crescere ed imparare a difendersi nella vita al di fuori della scuola!”.

Un’ulteriore credenza disfunzionale consiste nell’attribuire la responsabilità dei comportamenti di prevaricazione del bullo come una conseguenza dei comportamenti eventualmente irritanti della vittima: “È per colpa sua se lo prendono in giro!; Non fa nulla per integrarsi nel gruppo!; Non si integra nel gruppo perchè ha poca autostima!”.
 

I protagonisti del fenomeno del bullismo

Grossolanamente è possibile distinguere fra quattro attori principali del fenomeno:
  1. Il bullo;

  2. La vittima designata;

  3. Il gruppo di persone che assistono alle prepotenze in qualità di spettatori;

  4. Il gruppo di soggetti o le singole persone che pur avendo un ruolo all’interno del contesto relazionale dove si verificano gli episodi di bullismo, evitano di prendersi carico del fenomeno per varie motivazioni;

  1. All’interno della categoria del bullo è necessario distinguere i bulli che hanno un ruolo dominante ed attivo nell’esercizio delle prepotenze sulla vittima, dai bulli che assumono un ruolo di aggregazione (gregari) in qualità di spettatori rispetto ai comportamenti inadeguati verso la vittima.




2. Anche all’interno della categoria della vittima è possibile fare alcune considerazioni di qualità e di differenziazione in relazione alla tipologia e modalità generale con cui si pone ad esempio all’interno del contesto relazionale.





Ciò che tuttavia spesso accade con entrambe le tipologie di vittime e che si configura come uno dei fattori di mantenimento del problema del bullismo, è la tendenza da parte della vittima a nondenunciare” l’accaduto, a nascondere e sopportare in modo silente la situazione per varie motivazioni:

Mancanza di intervento da parte degli adulti responsabili del contesto, mancata conoscenza dei fatti, piuttosto che tendenza a sminuire la gravità dell’accaduto, piuttosto che tendenza a ricondurre i comportamenti a normalità relazionali fisiologiche, legate all’età e all’esperienza relazionale necessaria. Altre volte l’atteggiamento degli adulti di riferimento diventa velatamente “persecutorio” nei confronti della vittima che al contrario viene classificata come lamentosa, non capace di adattarsi e accettare le fisiologiche dinamiche relazionali del gruppo.

Convinzioni e timori della vittima, la quale si costruisce un’idea di irreversibilità ed insormontabilità di ciò che accade e di ciò che deve subire. Altre volte tale credenza si aggancia all’idea disfunzionale di meritarsi tale trattamento, come conseguenza della propria inadeguatezza relazionale. Non per ultimo anche il timore di ulteriori ritorsioni, a maggior ragione in un contesto di gruppo, dove la “cintura” relazionale degli adulti di riferimento non valida gli stati emotivi della vittima e non interviene nella gestione del problema.

Furbizia del bullo e atteggiamenti di copertura del gruppo nel mascherare l’accaduto o nel giustificarlo arbitrariamente come una conseguenza derivata dai comportamenti della vittima.

 3. Nella categoria degli spettatori è possibile considerare quelle persone che hanno un ruolo differente dai gregari (attivi o passivi) in quanto non partecipano direttamente alla dinamica relazionale bullo vs vittima, ma che tuttavia con la loro presenza possono contribuire in modo secondario a favorire o inibire la diffusione del fenomeno.



I motivi per i quali alcuni soggetti decidono di non intervenire a sostegno della vittima possono essere molteplici e generalmente si basano su delle credenze disfunzionali. L’attivazione ed il coinvolgimento attivo degli spettatori passivi all’interno di un percorso di contrasto al bullismo, richiede necessariamente un’attività di contrasto alle loro credenze disfunzionali.
Può darsi che gli spettatori passivi pensino che non spetti a loro intervenire o anche solo segnalare agli adulti di riferimento la problematicità della situazione che hanno “incidentalmente” osservato; ciò può essere dovuto ad esempio all’idea che ciò che accade e che a loro capita di osservare sia normale e accettabile come una fisiologica dinamica relazionale all’interno di un gruppo; a volte il non intervento a favore della vittima può essere semplicemente dettato dalla paura del bullo e delle eventuali ritorsioni.
Possono ritenere la vittima come unica responsabile di ciò che le accade e dei soprusi che subisce sistematicamente, oppure possono ritenere che ciò che accade sia sbagliato ma non contrastabile di fatto, a maggior ragione di fronte alla apparente o reale mancata partecipazione difensiva degli adulti del contesto o di fronte agli atteggiamenti di normalizzazione disfunzionale da parte degli stessi.


Conseguenze emotive sulla vittima


Le conseguenze degli atti sistematici di prevaricazione sui soggetti che ne sono vittima possono essere oltre che fisiche anche psicologiche, emotive e relazionali.
Si possono considerare diverse tipologie di risposte e conseguenze emotive, alcune delle quali sono maggiormente legate alla situazionalità dei singoli episodi ed al modo specifico con cui la vittima definisce a sé stessa le sue personali spiegazioni di quanto accade. Le prime reazioni sono maggiormente connesse con l’emotività immediata dell’allarme, quali rabbia e paura, mentre quelle successive sono maggiormente mediate cognitivamente e filtrate dagli specifici costrutti personali, nonché dal modo specifico con cui quella singola persona definisce sé stessa (ansia, vergogna). Spesso la vittima, soprattutto quella passiva, come descritto sopra, ha già nel suo repertorio, una rappresentazione di sé stessa come soggetto relazionale inadeguato (bassa autostima personale): si sente insicura, timida e incapace. Le prevaricazioni subite, agiscono in questo senso, cristallizzando ulteriormente in questa direzione la rappresentazione di sé, con un aumento del senso di inadeguatezza, di colpa e di vergogna (reazioni ed emozioni autoreferenziali). Sul piano del comportamento, l’effetto può concretizzarsi o in un’accentuazione del ritiro sociale (relazioni con gli altri non funzionano + aspettativa che non funzioneranno mai + spiegazione autoreferenziale “io non valgo e non sono adatto, cioè capace” = evito attivamente le relazioni = isolato ed emarginato all’interno del gruppo) o in una ricerca continua e “compulsiva” dell’approvazione del bullo o per paura di altre ritorsioni, o per bisogno di essere accettato e riconosciuto nel gruppo attraverso comportamenti eccessivamente compiacenti all’interno di una relazionalità condizionata (“Se il bullo mi accetta anche gli altri mi accetteranno”).
L’ansia quale emozione di allarme, evidenzia appunto da parte della vittima la rappresentazione ed il vissuto di un problema che viene percepito in modo differente e con differente intensità, come un pericolo insormontabile.




La vergogna è un’emozione simile all’ansia per certi aspetti relativi all’attivazione fisiologica, ma differente per quanto riguarda la posta in gioco, cioè l’immagine di sé: l’attivazione del rossore ad esempio è spesso associata all’idea di aver fatto o detto qualcosa di non adatto al contesto ed al rischio che l’altro scopra e valuti negativamente non solo quanto fatto o detto, ma la persona integralmente.




La tristezza e la colpa derivano da una rappresentazione di irreversibilità di ciò che accade e da una autoreferenzialità dell’accaduto.