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Da una prospettiva medico – sanitaria ad una bio-psico-socio-antropologica

A partire dalla seconda metà del secolo scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha elaborato differenti strumenti di classificazione inerenti l’osservazione e l’analisi delle patologie organiche, psichiche e comportamentali delle popolazioni, al fine di migliorare la qualità della diagnosi di tali patologie.

La prima classificazione elaborata dall’OMS, “La Classificazione Internazionale delle malattie” (ICD, 1970) risponde all’esigenza di cogliere la causa delle patologie, fornendo per ogni sindrome e disturbo una descrizione delle principali caratteristiche cliniche ed indicazioni diagnostiche. L’ICD si delinea quindi come una classificazione causale, focalizzando l’attenzione sull’aspetto eziologico della patologia.

 

Il 22 maggio 2001 L’Organizzazione Mondiale della Sanità perviene alla stesura di uno strumento di classificazione innovativo, multidisciplinare e dall’approccio universale: “La Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute”, denominato ICF.

All’elaborazione di tale classificazione hanno partecipato 192 governi che compongono l’Assemblea Mondiale della Sanità, tra cui l’Italia.

L’ICF si delinea come una classificazione che vuole descrivere lo stato di salute delle persone in relazione ai loro ambiti esistenziali (sociale, familiare, lavorativo) al fine di cogliere le difficoltà che nel contesto socio-culturale di riferimento possono causare disabilità.
Tramite l’ICF si vuole quindi descrivere non le persone, ma le loro situazioni di vita quotidiana in relazione al loro contesto ambientale e sottolineare l’individuo non solo come persona avente malattie o disabilità, ma soprattutto evidenziarne l’unicità e la globalità.

L’ICF vuole fornire in questo senso un’ampia analisi dello stato di salute degli individui ponendo la correlazione fra salute e ambiente, arrivando alla definizione di disabilità, intesa come una condizione di salute in un ambiente sfavorevole.

 

http://www.educare.it/Handicap/la_classificazione_icf.htm#classificazione

 

 

 

Il passaggio da una prospettiva medico sanitaria ad una prospettiva bio-psico-sociale è fondamentale in quanto relativizza il concetto di problematicità individuale collocandolo sul piano del contesto di appartenenza che non è più solo quello individuale, ma sociale o di comunità. In questo senso viene posto in risalto il ruolo principale del contesto nel creare delle situazioni o condizioni esterne e strumentali di vantaggio (compensativo e dispensativo) rispetto ad una condizione personale di menomazione e/o disabilità.

In quest’ottica "l’handicap" non è più considerabile come la diretta conseguenza di una condizione di menomazione e/o disabilità, ma la conseguenza articolata di come la condizione di partenza individuale viene accolta (integrata, inclusa piuttosto che esclusa e medicalizzata) dal contesto di appartenenza del soggetto specifico.

In riferimento ai disturbi specifici di apprendimento, la legge 170 – 2010 assume totalmente un’ottica di questo tipo. Nello specifico l’alunno dislessico ad esempio, presenta una condizione di potenziale disabilità, legata ad una probabile menomazione o funzionamento tipico del SNC nel processamento di particolari tipi di informazioni o nella impossibilità all’automatizzazione di determinati processi cognitivi. Il fatto che la sua condizione di partenza non si trasformi in un vero e proprio handicap, con delle implicazioni personali non solo sul piano dell’apprendimento, ma anche sul piano emotivo e della partecipazione sociale, dipende dalla capacità del contesto scolastico (che con la nuova normativa assume le caratteristiche di DOVERE) di creare delle pari opportunità di apprendimento, che basandosi sugli strumenti didattici della INDIVIDUALIZZAZIONE e della PERSONALIZZAZIONE, circoscriva il deficit nei processi di base implicati nella lettura.